
La protesta alla Biennale unisce due fronti lontani, un contesto utile per un collega che segue l'arte e la giustizia sociale.

La Biennale si ferma: arte contro guerra e precariato Flusso della storia e fatti chiave
La Biennale di Venezia ha visto una giornata storica di protesta il 7 maggio 2026, quando circa trenta padiglioni nazionali hanno chiuso in segno di solidarietà con la campagna contro il genocidio e il precariato nel settore dell’arte. L’iniziativa è stata promossa da Anga (Art not genocide alliance), un collettivo indipendente di artisti e lavoratori culturali, che ha unito la denuncia della guerra in Palestina alla lotta per i diritti dei lavoratori precari nel mondo dell’arte. Nei Giardini e all’Arsenale, artisti, curatori e performer hanno bloccato gli ingressi espositivi con cartelli multilingue e sit-in pacifici, coinvolgendo visitatori in dialoghi pubblici.
Nel pomeriggio, una manifestazione di oltre tremila persone si è diretta verso le Tese dell’Arsenale con lo striscione «No art washing genocide», riferimento diretto al controverso padiglione di Israele inaugurato lo stesso giorno dall’ambasciatore Jonathan Peled. Durante la protesta, il ministro Matteo Salvini ha visitato il padiglione russo, sostenendo che l’arte non debba subire boicottaggi, mentre la presidenza della Biennale ha deciso di chiudere il padiglione russo per decisione dell’Europa.
Nonostante la curatrice italiana Chiara Camoni abbia espresso solidarietà al movimento, il padiglione Italia non ha aderito alla chiusura. Tuttavia, circa 250 artisti con opere esposte in altri padiglioni hanno comunque aderito alla protesta coprendo le loro opere con lenzuoli e manifesti pro-Palestina. L’evento segna un momento di forte politicizzazione dell’arte contemporanea, in cui istanze sociali e internazionali si intrecciano in un palcoscenico globale.
Fatti
- Il 7 maggio 2026, circa trenta padiglioni nazionali alla Biennale di Venezia hanno chiuso in segno di protesta contro il genocidio e il precariato, su appello del collettivo Anga.
- La manifestazione ha visto oltre tremila persone sfilare con lo striscione «No art washing genocide», diretta alle Tese dell’Arsenale dove ha incontrato un dispositivo di polizia.
- Il ministro Matteo Salvini ha visitato il padiglione russo durante la protesta, sostenendo che l’arte non debba subire boicottaggi, mentre l’Europa ha chiesto la chiusura del padiglione stesso.
- Il padiglione Italia non ha aderito alla chiusura, ma circa 250 artisti hanno comunque coperto le loro opere con manifesti pro-Palestina e contro la guerra.
- Gli attivisti di Anga denunciano il finanziamento della guerra e di regimi genocidari, contrapponendolo all’assenza di risorse per i lavoratori precari nel settore culturale.
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